1955-1961
novembre 13, 2017

Si trasferisce a Parigi nell’autunno del ’62 e vi soggiorna quasi stabilmente per due anni. Vede da vicino il lirismo astratto di De Stael, le opere materiche di Dubuffet e Fautrier, la pittura calligrafica zen del Giappone in una storica mostra al museo del Petit Palais.

Alighiero Boetti e Annemarie Sauzeau nel 1964

Alighiero Boetti e Annemarie Sauzeau nel 1964

Scopre il concetto di “museo immaginario” pluriculturale di André Malraux tramite il famoso libro edito da Skira (ristampato più volte dal 1947) nel quale “entra” al punto di confonderlo più tardi con la mostra organizzata nel ’73 alla Fondazione Maeght sullo stesso tema:
Ci fu anche quella esposizione organizzata da Malraux a Parigi all’inizio degli anni Sessanta: il ‘Museo immaginario’ o qualcosa di simile (…) Aveva selezionato i migliori pezzi in diversi musei di tutto il mondo, l’arte sumera, egiziana, la scultura khmer (…) Mi ricordo bene di una statua assira in marmo bianco con occhi in lapislazzuli”.

Alighiero Boetti allo studio Friedlander a Parigi, 1963, foto Annemarie Sauzeau

In mancanza di uno studio, si concentra su lavori “da camera”: inchiostri di china su kleenex e “combustioni” di piccole scatole di fiammiferi, forse in riferimento alle peintures-feu di Yves Klein, deceduto da poco a Parigi (maggio 1962). All’inizio del ’63 presso l’atelier di Johnny Friedlaender impara la tecnica incisoria: dall’uso iniziale dell’inchiostro nero arriverà a una sofisticatissima policromia. Nello stesso atelier conosce l’artista cubano Ramon Alejandro, con cui instaura un’intensa e duratura amicizia. Legge Marcel Granet e scopre il pensiero di Gaston Bachelard.
A Milano muore Manzoni, trentenne.

Nell’autunno del ’64, rientrato stabilmente a Torino nell’appartamento-studio in via Principe Amedeo, si dedica ancora all’incisione, ma la sua attenzione è rivolta soprattutto ai grandi disegni a matita nera su cartone. Questi lavori sono sottilmente modulati dal nero al grigio, come se fossero concentrazioni variabili d’inchiostro in un’incisione. A differenza dei primi esemplari parigini – forme organiche non figurative – si tratta ora di fredde sagome meccaniche ricalcate da vecchie “guarnizioni” di motori Fiat o di iconografia fumettistica vagamente Pop, con scritte assimilabili a targhe.

Realizza anche oggetti tridimensionali a partire da pezzi di lamiera da recupero che salda e vernicia a spruzzo, lasciando un “visore” che ne attraversava la massa.
Tra questi oggetti sospesi al soffitto all’altezza degli occhi come un mirino, potrei ricordare un pezzo di carrozzeria di furgoncino, con lo specchio laterale e il sedile, ridipinto giallo-oro”.

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