1993
novembre 14, 2017
1987
novembre 15, 2017

Due sono gli appuntamenti più importanti per quest’anno: AB, che purtroppo non potrà presiedere ad essi, li ha comunque seguiti e predisposti.

Alighiero Boetti, Arnaldo Pomodoro e Autoritratto. Foto di Carlo Orsi, 1993

Alighiero Boetti, Arnaldo Pomodoro e Autoritratto.
Foto di Carlo Orsi, 1993

Il 17 febbraio al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles si inaugura “Origine et destination, Alighiero e Boetti – Martin Hübler” a cura di Marianne van Leeuw e Anne Pontégnie. La mostra, dialogo tra due fondatori dell’arte concettuale internazionale, si avvale anche di un lavoro interattivo con il pubblico, che, nel meccanismo di selezione delle immagini fotocopiate, ricorda la pratica boettiana dei “libri rossi”. L’artista non può partecipare fisicamente all’evento.

Entro la primavera Caterina Boetti recupera a Peshawar la grande Mappa con la bandiera russa rettificata dopo la caduta del muro di Berlino.
Il 24 aprile 1994 AB si spegne nella sua casa in via del Teatro Pace a Roma.

A Parigi, al Musée de la Poste, il 5 maggio il Lavoro postale proveniente da Grenoble è riproposto al pubblico parigino, con presentazione del secondo catalogo curato da Angela Vettese.
Il 7 agosto a Los Angeles, il MOCA Museum, riprende l’istallazione dei cinquanta khilim in “Alternating from 1 to 100 and vice versa”, curata da Alma Ruiz e Thierry Ollat (collaboratore di Adelina von Furstenberg). La stessa mostra si sposterà a New York al PS1 il 9 ottobre.

A New York l’autunno si trasforma improvvisamente in una celebrazione postuma dell’opera di AB, presente contemporaneamente in quattro mostre inaugurate tra il 4 e il 9 ottobre: non solo in “Worlds envisioned” il “dialogo” tra lui e l’altro “magicien de la terre” Frédéric Bruly-Bouabré alla DIA Foundation e nella personale al PS1 Museum di Long Island, ma anche nelle due prestigiose collettive: “Mapping” al MoMA e “The Italian Metamorphosis” al Solomon Guggenheim Museum.

Nel catalogo di “Worlds envisioned”, tra i dodici autori coinvolti suo figlio Matteo scrive: “Pochi giorni prima di spostarsi in Paradiso, Alighiero mi diceva per l’ennesima volta quanto fosse felice di far questa mostra con Bruly, suo fratello africano (…) Era affascinato dal confronto con lui, così lontano geograficamente, così unico nella sua relazione con il sacro, con il mistero. Eccoli qui oggi, più differenti che mai tra loro, il medicine man nero, vivo, e il medicine man bianco, quel shaman-showman, ora probabilmente sopra i laghi afghani nel paese tanto amato. Ma hanno in comune un particolare rispetto dell’invenzione e dell’intelligenza, una stessa generosità nella parola, nel fare, nel rivelare la bellezza e i suoi meccanismi”.

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