1974
novembre 14, 2017
1976
novembre 14, 2017

All’inizio dell’anno partecipa alla collettiva “24 ore su 24 ore” nella Galleria l’Attico di Fabio Sargentini, esponendo cinquanta schizzi di Bombe ordigni origami e altro, tracciati su fogli “extra strong”, Estate 70 (il rotolo di 20 metri realizzato nel 1970) e alcuni ingrandimenti fotografici di barzellette riguardanti l’arte contemporanea, ritagliate dai giornali e raccolte sotto il titolo di Riso.

Alighiero Boetti con Annemarie Boetti, Agata, Matteo e Salman Ali. Foto Giorgio Colombo

Alighiero Boetti con Annemarie Boetti, Agata, Matteo e Salman Ali. Foto Giorgio Colombo

Tra gennaio e febbraio, per preparare la mostra alla John Weber Gallery, passa un mese intero a New York con moglie, bambini e Salman Ali, in un loft del quartiere Tribeca, 10 Bleecker Street.
Fa amicizia con LeWitt, Weiner, Kossuth e Bockner. Questa sua seconda mostra personale da John Weber apre l’8 febbraio, con due grandi lavori su carta quadrettata, Storia naturale della moltiplicazione e Trentuno per trentuno più trentanove. La mostra è accompagnata da un estratto del saggio scritto nel 1972 da Tommaso Trini, Come non deragliare parlando di Alighiero Boetti. Trini stesso recensirà la mostra nel numero di giugno di “Data”. L’unica recensione americana, di Susan Heinemann in “Artforum”, è molto negativa.

Alighiero Boetti allestisce le 42 bombe. foto Giorgio Colombo

Alighiero Boetti allestisce le 42 bombe. foto Giorgio Colombo

 

Alighiero Boetti alla galleria Banco/Massimo Minini, 1975. foto di Ken Damy

Alighiero Boetti alla galleria Banco/Massimo Minini, 1975. foto di Ken Damy

Weber organizza inoltre per l’artista un seminario alla Art School dell’Università di Hartford, nel corso del quale AB esegue alcune performance, tra cui Due modi diversi di fare due cose diverse e Raddoppiare dimezzando.

I tentativi editoriali presso la New York University Press per pubblicare il Libro dei Fiumi (redatto in inglese) risultano vani. Di ritorno in Italia Annemarie Sauzeau, riflettendo sui tre anni di esperienza americana (Galleria Weber, MoMA, università ed editori), scrive al fedele John Weber: “(…) La nostra conclusione dopo New York, dopo aver letto ad esempio le recensioni delle mostre, è che il lavoro di Alighiero e lui stesso non sono capiti in America. Tu sei un’eccezione perché l’hai capito, ed è bello. Dico questo senza amarezza, tutto va per il meglio e le cose cambieranno. Mi riferivo soltanto alla situazione attuale (…)”.
Maggio, Napoli, mostra personale presso la Galleria Pasquale Trisorio: “boetti 1966”. Sono riproposte opere del periodo Arte Povera: Scala, Sedia, Mancorrente metri, PING PONG, Zig Zag, Mimetico, nonché pannelli con parole: CLINO, STIFF UPPER LIP o, con indicazione di colori, 01.130 verde vagone, 1133 rosso adrianopoli, 2233 bleu positano.

A Monaco di Baviera, la Galleria Area presenta una piccola personale sul tema esclusivo del doppio, “Zwei”, catalogo curato da Bruno Corà. La mostra verrà ripresa in novembre nella sede di Firenze, con l’aggiunta di un leggio da Corano, objet trouvé prediletto, comprato in diversi esemplari a Kabul per regalarlo (a volte con il suo nome inciso). In giugno, una personale alla Galleria Sperone di Roma ripropone Storia naturale della molteplicazione.

Nel corso dell’estate, viaggia in Sudan ed Etiopia da dove spedisce lavori postali, tra cui Codice, Eritrea libera. Si spinge fino a Harrar, in omaggio al Rimbaud abissino, con il seguente ricordo, tre anni dopo:
Rimbaud era arrivato in Africa con la nave. Quella sì era un’avventura. Nel 1975 quando io sono stato in Etiopia, un ragazzino mi chiese in inglese se volevo vedere la casa di Rimbaud. Io gli chiesi chi fosse costui. ‘Ah, disse, uno che dava lezioni di francese’. Quello che intendo è che l’immaginazione ormai non offre più nulla di simile a quella nave che portava verso nuovi orizzonti”.
In ottobre alla XIII Biennale di San Paolo del Brasile, è presente con Storia naturale della moltiplicazione, pezzo scelto dal commissario per la partecipazione italiana, Bruno Mantura.

Entro settembre si intensifica il riordino, avviato dal ’73 con Rinaldo Rossi, della profusione di disegni, foto, gesti e idee, per ultimare il portfolio Insicuro noncurante, che viene presentato il 23 ottobre alla Saman Gallery di Genova.

Alighiero Boetti e Annemarie Sauzeau al Seminario all’Università di Hartford, USA 1975

Alighiero Boetti e Annemarie Sauzeau al Seminario all’Università di Hartford, USA 1975

Un disegno, fatto di trattini e croci su carta quadrettata, intitolato inizialmente I pini non crescono in un giorno, subisce successivi sviluppi: nella cartella Insicuro noncurante viene inserito con sagoma raddoppiata assumendo il nuovo titolo Verificando il dunque e il poi se ne andò piano piano verso il canto di una pineta (citazione da Metastasio); mentre nel 1979, trasferito su stoffa ricamata in bianco su bianco, il disegno diventerà L’albero delle ore. Così Boetti spiegherà la forma triangolare della composizione: “Il campanile della chiesa di Santa Maria in Trastevere suona le ore e i quarti d’ora con due note differenti. Ogni quarto d’ora si sente dunque suonare come minimo un colpo (l’una) e come massimo quindici colpi (mezzogiorno e tre quarti). Questa progressione, trascritta in due segni come due note, forma un doppio triangolo, del giorno e della notte”.

Nel corso dell’anno appaiono tre piccoli disegni: Gradine51, sagoma umana disarticolata lungo i gradini, Giogare e San Patrick, che verranno successivamente integrati nelle due grandi versioni su carta velina, intitolate Collo rotto braccia lunghe (1976).

Alighiero Boetti con alcune sue opere in deposito alla Galleria Banco/ Massimo Mini, Brescia, foto di Ken Damy

Alighiero Boetti con alcune sue opere in deposito alla Galleria Banco/ Massimo Mini, Brescia, foto di Ken Damy

Avevo fatto quel lavoro pensando a qualcuno che ha la capacità di poter ruotare il collo di 360 – un collo rotto ovviamente – e inoltre pensavo al cieco intervistato da Diderot sul problema della cecità. Diderot era ossessionato da questo problema e aveva fatto un libro intero sui ciechi, li intervistava, chiedeva loro cos’è uno specchio e così via; ad uno aveva chiesto se gli sarebbe piaciuto vedere la luna e l’altro aveva risposto di no, che gli avrebbe fatto piacere toccarla, avere delle mani lunghe per poterla toccare (…) il desiderio di toccare da lontano (…)”.

Classifying, the thousand longest rivers in the world è terminato e mentre prosegue la ricerca di un editore Boetti prepara il trasferimento dello stesso elenco su stoffa in vista di uno o più arazzi da fare ricamare a Kabul, I mille fiumi più lunghi del mondo. Come fasi propedeutiche, vengono disegnati e fatti eseguire nel corso dell’anno tre “ritagli” di prova, con nomi e lunghezze di fiumi scritti a “pixel” che andranno ricamati in tre varianti di colore. Nelle due ampie versioni definitive, avviate nel ’76, si snoda in righe orizzontali di più di cinque metri l’elenco completo dei fiumi in ordine decrescente (dal primo fiume, il Nile-Kagera, fino al millesimo, l’Agusan).

Tramite Francesco Clemente, AB incontra Giovan Battista Salerno, un giovane critico d’arte con cui instaura un rapporto di forte e durevole affinità intellettuale. Tra le altre amicizie si è intensificata quella con Mario Schifano, conosciuto all’inizio della permanenza a Roma. Sul legame tra i due, dice Salerno: “(…) Credo che Alighiero stimasse in Schifano una certa libertà eclettica, il fatto che potesse praticare biciclette e polaroid! Eclettico non come dilettantismo ma come modo enciclopedico di prelevare a partire da tutto: dal cinema alla festa o alla progettazione di biciclette. Credo si intendessero molto su questo”.

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